Il Novecento e il Modernismo


Svevo e Pirandello sono scrittori decadenti? Oppure scrittori di avanguardia? A quale movimento letterario appartengono? E Montale? In questo articolo si considerano le risposte contraddittorie che a questo problema danno manuali e storie letterarie e si articola una proposta in linea con la cultura europea e con la ricerca storiografica italiana più avanzata che da tempo fanno ricorso a un’altra categoria critica, quella di modernismo.
Due manuali
Uno dei manuali di storia e antologia italiana più fortunati dell’ultimo ventennio, quello di Baldi-Giusso-Razetti-Zaccaria, Dal testo alla storia dalla storia al testo, uscito nella prima metà degli anni Novanta, inserisce all’interno del capitolo dedicato al Decadentismo Pascoli, D‘Annunzio, Pirandello e Svevo, ma onestamente ammette che gli ultimi due autori vi sono inclusi in omaggio a una «tradizione autorevole» e «ad una classificazione ormai consolidata» (vengono ricordati due classici della critica italiana del ventennio precedente, Miti e coscienza del Decadentismo italiano di Carlo Salinari e Il Decadentismo italiano. Svevo, Pirandello, D’Annunzio di Leone de Castris), ma che entrambi, pur avendo le radici nel clima culturale del Decadentismo europeo (l’irrazionalismo, Nietzsche, Bergson ecc.), «poi se ne distaccano per una più lucida consapevolezza critica, per la proposizione di una visione del mondo più moderna, “aperta” e pluriprospettica» (G. Baldi-S.Giusso-A. Razetti-G.Zaccaria, Dal testo alla storia dalla storia al testo, vol. III, t. 2: Dal Decadentismo ai nostri giorni, Paravia, Torino 1994, p. 28)
Negli stessi anni il manuale di Segre-Martignoni, Testi nella storia, appare più coraggioso e innovativo; infatti distacca Pirandello e Svevo da Pascoli e d’Annunzio e li colloca, insieme a Tozzi e Gadda, sotto una nuova etichetta, I maestri della modernità novecentesca, che comprende una serie di autori che oggi comunemente in Europa vengono definiti “modernisti”: Proust, Joyce, Woolf, Musil, Kafka, Thomas Mann. Stranamente il problema non si pone invece per la poesia: sia Baldi che Segre-Martignoni collocano Ungaretti, Montale e Saba al di fuori di qualsiasi catalogazione specificamente letteraria all’interno della letteratura fra le due guerre (Baldi) o del ventennio fascista (Segre-Martignoni, Testi nella storia, vol IV: Il Novecento, Bruno Mondadori, Milano 1992, p. 188.)