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L’INDAGINE OCSE - TALIS FOTOGRAFA IL SISTEMA SCOLASTICO INTERNAZIONALE

Tre docenti su quattro lamentano la mancanza di incentivi economici e di progressione di carriera che migliorerebbe la qualità del loro insegnamento. E’ questo uno dei dati più significativi emerso dalla ricerca OCSE-TALIS presentata il 17 giugno nel palazzo di Viale Trastevere, alla presenza del ministro Mariastella Gelmini e dei più autorevoli rappresentanti dell’OCSE (Organizzazione per lo Sviluppo e la Cooperazione internazionale).

L'Indagine internazionale sull'insegnamento e l'apprendimento – TALIS (Teaching And Learning International Survey) è la prima analisi comparativa che fotografa la situazione attuale dei sistemi scolastici nei 23 paesi partecipanti, coinvolgendo 70.000 tra professori e dirigenti scolastici. La ricerca, incentrata sull’istruzione secondaria di primo grado pubblica e privata, esamina alcuni importanti aspetti relativi a: sviluppo professionale, opinioni, atteggiamenti e pratiche di insegnamento adottate dai docenti, valutazione e feedback e, infine, leadership scolastica; elementi che, in qualche modo, incidono sull’efficacia dell’apprendimento e sulla qualità del clima d’aula.

o Un docente su quattro, nella maggior parte dei paesi europei, vanifica almeno il 30% del tempo di insegnamento a causa del comportamento indisciplinato degli studenti o per gli adempimenti amministrativi.

o I docenti che hanno avuto maggiori occasioni di sviluppo professionale si sentono, in genere, più preparati ad affrontare le sfide educative.

o In taluni paesi, la valutazione dei docenti e il feedback possono rivelarsi strumenti molto utili per accrescere la percezione dell’efficacia del proprio lavoro e il riconoscimento pubblico può rafforzare questa correlazione. E’ interessante notare che le insegnanti donna tendono a considerare l’insegnamento un modo per favorire l’apprendimento autonomo degli studenti, piuttosto che un processo di trasmissione diretta delle informazioni.

o Talune pratiche didattiche sono maggiormente associate al clima disciplinare d’aula e alla percezione dell’efficacia del proprio lavoro rispetto ad altre modalità di insegnamento.

o La maggior parte dei docenti lavora in scuole che non prevedono alcuna forma di premialità o riconoscimento per il lavoro svolto. Il 75% dei docenti dichiara, secondo TALIS, di non ricevere nessuna gratificazione a fronte di un miglioramento della qualità del proprio lavoro.

o In tutti i paesi europei esistono dirigenti scolastici che hanno adottato uno stile di “leadership educativa” fondamentale per attuare un modello di leadership scolastica efficace.

… E QUELLO ITALIANO

La situazione in Italia non è molto diversa da quella degli altri paesi che hanno partecipato alla ricerca OCSE e i dati risultano abbastanza omogenei.
Le principali cause di disturbo alle lezioni sarebbero episodi di bullismo:intimidazioni o aggressioni verbali verso altri studenti (30%), seguono le aggressioni fisiche tra studenti (12,7%), le aggressioni agli insegnanti (10,4%), ma anche furti (9,1%) e per ultimo il problema della diffusione di droghe e alcol (4,5%).
L'Italia, conferma il rapporto Talis, è il Paese con la più alta percentuale (52%) d'insegnanti che superano i 50 anni, mentre solo il 3% ha un'età inferiore ai 30 anni. Nel nostro sistema scolastico abbiamo la più alta percentuale di insegnati donne: il 78% del totale.
Il 95% degli insegnanti italiani si dice comunque soddisfatto del proprio lavoro e il 98% - la più alta percentuale dopo la Slovenia - giudica positivamente il proprio livello di efficacia nell'attività svolta.
Nella ricerca si evidenzia anche che in Italia è più elevata della media la quota dei dirigenti scolastici che riferisce di mancanza di insegnati specializzati e personale tecnico – utilizzabile nei laboratori – poiché le lamentele raggiungono il 52% contro la media internazionale del 38%.
Ancora meno positive risultano le valutazioni sulla disponibilità di strutture tecniche e materiali didattici per l'istituto.
Ed inferiore alla media internazionale dell'89 % è anche la quota di insegnati italiani - 85% - che riferisce di aver partecipato ad attività di sviluppo professionale negli ultimi 18 mesi.

Queste le principali considerazioni:

o A differenza di quasi tutti i Paesi OCSE, gli allievi sono per lo più valutati dai propri insegnanti. Occorre una supervisione e valutazione esterna. Per l’esame finale di istruzione secondaria superiore i candidati non sono valutati da una commissione completamente esterna

o Gli insegnanti italiani sono pagati meno rispetto alla media dei paesi OCSE, in termini assoluti, rispetto al PIL e su base oraria. Questo vale a tutti i livelli di insegnamento e nei vari livelli della carriera

o I docenti sono assegnati alle scuole in base all’anzianità di servizio: questo meccanismo è inefficiente ed ha effetti negativi sulla qualità dell’insegnamento. Circa la metà degli insegnanti si sposta da una scuola all’altra ogni anno

o Il costo più elevato dell'istruzione italiana è ampiamente dovuto al rapporto insegnante per studente, che è del 50% più alto (9,6 insegnanti ogni 100 studenti in Italia, rispetto a 6,5 insegnanti nell'area OCSE)

o I dirigenti scolastici delle scuole non hanno autonomia manageriale se non molto limitata, anche nella selezione, valutazione e nello sviluppo di carriera degli insegnanti .

In conclusione, l’OCSE raccomanda all’Italia di migliorare la qualità dell'insegnamento e in particolare di:

o Rafforzare la qualifica iniziale degli insegnanti e rendere più rigorose le procedure di reclutamento, attraverso una maggiore selezione per l’accesso alla formazione iniziale degli insegnanti e una standardizzazione delle procedure di certificazione.

o Rendere più attraente la professione dell'insegnamento promuovendo lo sviluppo professionale dell'insegnante, introducendo incentivi finanziari basati sui risultati, offrendo opportunità di sviluppo di carriera basate sulle ricertificazioni e prestazioni.

o Dare maggiore autonomia gestionale ai dirigenti scolastici, in particolare nel reclutamento, nella valutazione e nella progressione di carriera degli insegnanti (condizionale per responsabilizzare le scuole).

Fonte: area comunicazione del Ministero dell’Istruzione

CONTROLLI SULLE ASSENZE PER MALATTIE

IL 15 novembre 2009 è entrato in vigore il Decreto legislativo 150/2009 in materia di… “ottimizzazione della produttività del lavoro pubblico e di efficienza e trasparenza delle pubbliche amministrazioni”, che contiene sostanziali novità in materia di “valutazione, di ordinamento del lavoro nelle pubbliche amministrazioni e di responsabilità dei pubblici dipendenti”.

Per contrastare l’assenteismo nel pubblico impiego, vengono dettate specifiche indicazioni nell’art. 69 del decreto, che ha introdotto l’art. 55 septies (Controlli sulle assenze) nel decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165.
In particolare, nel comma 5 del predetto art. 55 septies, sono fornite opportune indicazioni alle amministrazioni in merito anche ai controlli sulle assenze per malattia degli impiegati pubblici.
Nella circolare applicativa, firmata dal Ministro Brunetta il 18 dicembre 2009, sono esplicitate le fasce orarie di reperibilità del lavoratore, entro le quali devono essere effettuate le visite mediche di controllo.

Art. 1

(Fasce orarie di reperibilità)

1. In caso di assenza per malattia, le fasce di reperibilità dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni sono fissate secondo i seguenti orari: dalla 9 alle 13 e dalle 15 alle 18. L’obbligo di reperibilità sussiste anche nei giorni lavorativi e festivi.

Art. 2

(Esclusioni dell’obbligo di reperibilità)

1. sono esclusi dall’obbligo di rispettare le fasce di reperibilità i dipendenti per i quali l’assenza è etimologicamente riconducibile ad una delle seguenti circostanze:

a) patologie gravi che richiedono terapie salvavita;

b) infortuni sul lavoro;

c) malattie per le quali è stata riconosciuta la causa di servizio;

d) stati patologici sottesi o connessi alla situazione di invalidità riconosciuta;

2. sono altresì esclusi i dipendenti nei confronti dei quali è stato già effettuata la visita fiscale per il periodo di prognosi indicato nel certificato.

Rilevazione assenze personale scolastico

Nel 2009 il Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca ha avviato, di concerto con il Ministero per la pubblica amministrazione e l’innovazione, il monitoraggio mensile delle assenze del personale della scuola con contratto a tempo indeterminato. La rilevazione delle assenze del personale docente e ATA ha riguardato i mesi da gennaio a maggio e da settembre a dicembre per un raffronto tra gli anni solari 2008 e 2009.
Nel 2010 l’attività di rilevazione prosegue con alcune novità, per consentire la conoscenza di ulteriori aspetti significativi del fenomeno.

In particolare, viene prevista:
l’estensione del monitoraggio alle assenze del personale scolastico con contratto a tempo determinato; la specificazione di alcune categorie di assenze e la rilevazione delle assenze non retribuite.
La nuova rilevazione viene effettuata, come per il passato, con cadenza mensile e con l’invio dei dati entro e non oltre le prime due settimane utili del mese successivo a quello di riferimento, per consentire la successiva trasmissione al Ministero per la pubblica amministrazione e l’innovazione. Essendo già stati rilevati i dati delle assenze relative all’anno 2009 la presente rilevazione si riferisce solo alle assenze dell’anno 2010.
La comunicazione dei dati avviene, come di consueto, accedendo al portale SIDI – nell’area "Rilevazioni sulle Scuole" – in cui è attiva la voce “Assenze del Personale”.
Mensilmente, ultimata la raccolta dei dati, la relativa sintesi viene inserita nel sito del Ministero al link: http://www.pubblica.istruzione.it/assenze_personale_scuola.shtml
Gli Uffici Scolastici Regionali vengono abilitati all’accesso dei dati per la parte di rispettiva competenza, per acquisire un puntuale quadro di riferimento. In allegato alla presente nota, è reso disponibile un fac-simile di modello della rilevazione, con le novità introdotte.
Per ulteriori informazioni o chiarimenti è possibile consultare le avvertenze allegate alla presente Nota e cliccabili nella scheda di rilevazione. Inoltre, possono essere contattati i seguenti numeri: 06.5849.3708 - 06.5849.3641 - 06.5849.3161, ai quali risponde il personale del Servizio Statistico addetto alla rilevazione.
Per l’assistenza riguardante i soli aspetti tecnici della applicazione è invece disponibile il numero verde del Gestore del Sistema Informativo 800 903 080. La funzione di “Acquisizione Dati” per la rilevazione relativa al mese di gennaio sarà attiva dal 2 febbraio 2010 al 15 febbraio 2010.
La presente nota ha carattere permanente; mensilmente, all’interno del portale SIDI, sarà data comunicazione dell’apertura delle funzioni.

IL CAPO DIPARTIMENTO

f.to Giovanni Biondi

Scuola: Concorso Docente dell'anno, seconda edizione

Prende oggi il via la seconda edizione di 'Docente dell'anno', il concorso organizzato da Anp (Associazione nazionale presidi) e Microsoft Italia per premiare quegli insegnanti che utilizzano al meglio le tecnologie per fare didattica. Tutti i docenti che si sono gia' registrati o si registreranno al gruppo Autori della community virtuale di Apprendere in Rete avranno la possibilita' di presentare gratuitamente al concorso le proprie lezioni o i propri oggetti didattici, sviluppati con l'aiuto di supporti informatici. I progetti dovranno consistere in materiali didattici aventi i seguenti requisiti: presenza di potenzialita' tecnologiche e didattiche e valenza del contenuto. I progetti saranno caricabili dal 25 gennaio al 30 aprile (in formato zip, pdf o qualsiasi formato Microsoft Office). La redazione di Apprendere in rete pubblichera' sul portale i materiali inviati e i membri della community potranno votare i loro preferiti: i trenta che avranno ricevuto piu' voti saranno poi giudicati da una Giuria di esperti che, entro il 20 maggio 2010, stabilira' il vincitore cui verra' offerta la possibilita' di effettuare uno stage presso una prestigiosa scuola all'estero. Quest'anno, inoltre, il concorso si arricchisce del nuovo Premio 'Classe Digitale', che coinvolge il mondo studentesco. Sara', infatti, offerta agli studenti la possibilita' di avere un'esperienza diretta dei nuovi approcci collaborativi, entrando a far parte di vere e proprie classi virtuali per la realizzazione di progetti specifici insieme al proprio insegnante. Un modo diretto per coinvolgere e premiare gli studenti piu' talentuosi e meritevoli, che utilizzano la tecnologia come strumento per valorizzare il loro potenziale. Anche in questo caso, i progetti candidati nelle tre aree potranno essere votati dai membri della community dal 25 gennaio al 30 aprile e i 10 maggiormente votati saranno vagliati dalla Giuria di esperti, che stabilira' la classe vincitrice, alla uale verra' donata una lavagna luminosa. "Proseguiamo con un'iniziativa largamente apprezzata dai docenti nella sua prima edizione dello scorso anno- commenta Giorgio Rembado, presidente dell'Ano- volta a valorizzare la loro capacita' di introdurre in modo consapevole ed efficace gli strumenti tecnologici nella didattica, favorendo un costante miglioramento del processo di insegnamento-apprendimento. Oltre a dare visibilita' al lavoro e alla creativita' dei docenti, questo progetto ha il pregio di offrire a chi dimostrana le migliori capacita' di essere protagonista di un'esperienza di elevato valore professionale, quale e' il premio consistente in uno stage all'estero di una settimana presso un'istituzione scolastica prestigiosa" Il progetto, prosegue Alessandro Paolucci, responsabile dell'area Education di Microsoft Italia, "dimostra come la tecnologia sia ormai una risorsa imprescindibile per la didattica nelle scuole e, vista la forte adesione riscontrata l'anno passato, evidenzia chiaramente che i docenti italiani prestano molta attenzione alle potenzialita' che questa puo' offrire loro per svolgere al meglio il proprio lavoro". Il regolamento completo del concorso sara' disponibile sul sito www.apprendereinrete.it e su www.anp.it.

Pensione integrativa: consigli dagli esperti

La pensione è una variabile di centrale importanza nella vita di un individuo, perché serve a generare i flussi di reddito negli anni durante i quali non si è piùin grado di lavorare e, quindi, di ottenere uno stipendio.

Anche in Italia si stanno sviluppando forme di pensione integrative, che si affiancano ai canali classici e conosciuti, tra tutti ricordiamo l’INPS.
Nel corso della propria vita, ogni lavoratore paga un contributo, pari ad una percentuale del proprio guadagno, che servirà a garantirgli una pensione quando smetterà di lavorare.
L’esperienza internazionale insegna che la gestione privata spesso genera dei rendimenti superiori a quella pubblica e quindi, anche nel settore pensionistico, la tendenza è verso un graduale ridimensionamento del settore pubblico.
Chi è interessato a questo problema?
Tutti, ma prevalentemente i giovani e, comunque, chi prevede di andare in pensione almeno tra una quindicina di anni. Chi intende costruirsi una pensione sa che il punto centrale è dato dalla possibilità di investire per il lungo termine, ma più ci si avvicina alla data di pensionamento minori saranno i rischi che si potranno assumere:
a sessant’anni non ci si può permettere di perdere il 20% del proprio capitale, mentre a trenta anni (con davanti trent’anni di risparmio ogni anno) la propensione al rischio è sicuramente maggiore, perché c’è tutto il tempo per recuperare eventuali movimenti sfavorevoli nei prezzi.
Ipotizziamo il caso di un individuo di trenta anni, che preveda versamenti annuali per i prossimi trenta, come può impostare le scelte di investimento?
In questa sede, proporremo alcune “idee” sull’impostazione teorica e sulla loro realizzabilità, a nostro avviso sono di fondamentale importanza per raggiungere l’obiettivo:

a) La storia evidenzia come nel lungo termine le azioni abbiano generato rendimenti superiori alle obbligazioni e queste ultime ai depositi bancari: il denaro in contanti è un costo: è opportuno mantenere la quota in liquidità al minimo, anche perché non sono previsti esborsi di denaro nel periodo se non per motivi eccezionali.
L’inflazione è il vero nemico nel lungo termine.
b) Le gestioni passive (azionarie ed obbligazionarie) che replicano l’andamento degli indici, in media, hanno fornito una perfomance corretta per il rischio (al netto dei costi) superiore all’universo dei fondi di investimento: è preferibile orientarsi verso prodotti a benchmark a basso costo quali E.T.F. (exchange traded funds), i benchmark, i fondi a indice…
c) Le obbligazioni zero coupon che garantiscono un capitale con certezza a scadenza, senza distribuire cedole ogni anno, sono la base del capitale garantito: ad esempio 30 lire adesso diventeranno 100 lire tra vent’anni. Un investimento, effettuato con regolarità su base annua, in questi titoli permette di creare alla scadenza una ricchezza nominale certa: si può impostare un versamento annuale con scadenza ventennale, nel 2000 per il 2020 nel 2001 per il 2021 e così via.
Al fine di semplificare la gestione delle zero coupon, è possibile concentrarsi solo su alcune scadenze: il 2020, il 2025 ed il 2030 per ottenere il rimborso del capitale in tre/quattro periodi. E’ doveroso sottolineare che il mercato di questi titoli non è molto liquido e, quindi, si devono scegliere i titoli più scambiati per ottenere delle condizioni di mercato non troppo penalizzanti, quando li si acquista, il problema non sussiste per il rimborso che avverrà a 100, senza oneri aggiuntivi.
d) E’ buona norma non eccedere in investimenti in settori legati o, comunque vicini, alla propria attività lavorativa, al fine di limitare il rischio specifico del settore. Ad esempio chi opera nel settore internet dovrebbe contenere l’investimento in titoli tecnologici, chi lavora in banca è preferibile che moderi l’esposizione nel settore bancario/finanziario e così via… Alla base di questa scelta c’è la considerazione che una crisi specifica del settore generi una perdita di reddito (se non del lavoro) e, quindi, è meglio che gli investimenti non ne risentano in modo eccessivo anzi, siano il più incorrelati possibile, cioè si muovano in modo slegato tra loro. In linea con il detto popolare: “è meglio non mettere tutte le uova nello stesso paniere”.
e) Il rischio paese è facilmente diversificabile: un lavoratore italiano può tranquillamente comprare azioni estere (europee, americane, asiatiche…), in questo modo un’ipotetica recessione che colpisca solo l’Italia, con inevitabili diminuzioni del prezzo delle azioni in borsa, avrà effetti contenuti sul patrimonio complessivo se gli investimenti sono orientati anche verso altri paesi, nei quali la recessione potrebbe non verificarsi e, pertanto, la borsa non risentirne affatto! In ottica di diversificazione del rischio è di centrale importanza non
concentrare la maggior parte della propria ricchezza nel paese dove si vive,è un errore che quasi tutti commettono ed è un fenomeno studiato dagli economisti finanziari che lo chiamano: home bias (distorsione verso il paese di appartenenza).
f) I prodotti eccessivamente complessi e dal costo elevato, devono rappresentare una percentuale ridotta dell’investimento complessivo, perché gli obiettivi di chi si costruisce una pensione sono chiari: ottenere il massimo del capitale dopo trent’anni, assumendosi dei rischi sempre inferiori al trascorrere del tempo minimizzando, se possibile, i costi.
g) Spesso investimenti che non possono essere liquidati, cioè venduti, prima della loro naturale scadenza generano, a parità di rischi, rendimenti superiori, il concetto è definito “premio al rischio della liquidità”. In ottica di lungo periodo, vincolare una parte del proprio capitale (l’ordine di grandezza può essere il 5-10%), non ha effetti negativi in caso di necessità immediata, ma può generare un extra rendimento sistematico, che negli anni farà aumentare il valore finale della propria ricchezza.
h) Operativamente è opportuno separare il denaro da dedicare all’investimento pensionistico al denaro utilizzato per le spese di tutti i giorni. E’, quindi, preferibile creare un dossier che abbia esclusivamente la finalità pensionistica, presso un’istituzione finanziaria che consenta di acquistare la maggior parte degli strumenti che si intende acquistare. Nel lungo periodo, il controllo dei costi è estremamente importante ed attualmente le società di trading-on-line, nell’intento di acquisire nuovi clienti, a nostro avviso forniscono condizioni estremamente interessanti.

Riassumiamo i punti centrali di ogni capoverso esposto in dettaglio in precedenza: il denaro contante è un costo, le gestioni passive hanno costi estremamente contenuti, le obbligazioni zero coupon consentono di ottenere con certezza il capitale alla scadenza, il rischio settore di attività è facile da eliminare, il rischio paese è facile da eliminare, i prodotti complessi spesso hanno un costo elevato, investimenti difficilmente liquidabili possono generare rendimenti superiori a parità di rischio, separare il fondo pensione dal denaro utilizzato nella vita di tutti i giorni.

Volutamente non abbiamo parlato dell’acquisto di una casa, quale investimento per il lungo termine, ma ci siamo soffermati sulla parte finanziaria della pensione, affronteremo il problema nella sua totalità(casa+investimenti) in un altro approfondimento.

Fonte: NORISK studi e analisi finanziarie

Geografia "ridimensionata" o cancellata alle Scuole Superiori

Confondere Haiti con Tahiti è un peccato che non si può considerare veniale, soprattutto in questi giorni. Eppure succede. Proprio in questi giorni. A riscontrarlo è la Aiig, l'associazione italiana insegnanti di geografia, preoccupata per gli effetti che potrebbe avere la riforma Gelmini della scuola superiore con il ridimensionamento dello studio di questa materia. E proprio per cercare di frenare questo processo, l'associazione ha presentato documenti alle Commissioni Cultura di Camera e Senato e ha lanciato una raccolta firme via internet che ha raccolto 4.000 adesioni in tre giorni, tra cui quelle dell'architetto Paolo Portoghesi, del Rettore della Sapienza Luigi Frati, del documentarista Folco Quilici, di Luca Mercalli, il meteorologo ospite fisso della trasmissione di Fabio Fazio "Che tempo che fa".

Ma perché questa battaglia? «Perchè meno geografia rende tutti più poveri», risponde Gino De Vecchis, docente, geografo e presidente dell'Aigg. «La formazione di un cittadino - aggiunge - passa anche dalla geografia, ossia la scienza dell'umanizzazione del pianeta terra e dei processi attivati dalle collettività nelle loro relazioni con la natura e nel corso della storia». Con la riforma Gelmini, invece, spiega De Vecchis «si penalizza una materia già tanto mortificata negli anni, privando gli studenti di conoscenze indispensabili, relativi ai grandi problemi mondiali, come quelli ambientali, socio-economici, geopolitici e culturali, legati alla globalizzazione. Con la riforma, infatti, l'insegnamento della geografia scomparirebbe in tutti gli istituti professionali e in quasi tutti i tecnici, con un'incomprensibile eliminazione per esempio nell'indirizzo "logistica e trasporti". Drastica, inoltre la riduzione nei licei, dove già si fanno solo due ore settimanali e solo nel primo biennio».
Quanto ai licei scientifici «nel primo biennio la geografia, a differenza degli altri licei, verrebbe associata alla storia con 99 ore, ossia tre ore settimanali complessive tra storia e geografia. La nostra richiesta - aggiunge De Vecchis - è che si ripristino le 66 ore destinate autonomamente alla geografia, tenendo presente che, diversamente da altre discipline di base, questa è del tutto assente nel triennio. Un modulo di 66 ore nel biennio costituisce il tempo minimo per consentire una formazione geografica basilare e indispensabile».
A De Vecchis fa eco Daniela Pasquinelli, che dell'Aiig è segretaria nazionale. «Giorni fa - racconta - ero sull'autobus e ho sentito alcuni studenti che parlavano del terremoto di Haiti. Sapete dove si trova Haiti?, ho chiesto, scatenando un dibattito tra i ragazzi. Erano convinti che Haiti fosse l'isola delle ragazze con le corone di fiori al collo e i gonnellini di pagliai. Insomma, avevano confuso l'isola caraibica di Haiti con uno dei gioielli della Polinesia nel Pacifico. Del resto oggi molti studenti dimostrano difficoltà anche nella localizzazione delle regioni italiane. Conoscere la geografia - osserva Pasquinelli - non significa memorizzare nomi. La geografia dei mari, dei monti non esiste più, è un retaggio ottocentesco».
«Siamo molto preoccupati - conclude De Vecchis - perchè questa materia tocca temi cruciali: dai fenomeni migratori ai cambiamenti geopolitici, ai confini mutevoli, non solo politici, ma anche culturali, sociali, economici, fino allo sviluppo sostenibile e alle diversità culturali».

fonte: Avvenire

Dubbi Ue sui docenti di religione nelle scuole italiane: "Assunti per fede, l'Italia spieghi"


In Italia per diventare insegnante di religione, anche in una scuola pubblica, bisogna ottenere il via libera del vescovo. Una prassi in vigore dai Patti lateranensi del 1929 ma entrata in collisione con le regole europee che vietano qualsiasi forma di discriminazione in ragione del credo religioso di un lavoratore. E per vederci chiaro Bruxelles ha aperto un dossier e inviato una richiesta di informazioni al governo Berlusconi.

Il caso nasce da una denuncia alla Commissione europea promossa dal deputato radicale Maurizio Turco, dall'avvocato Alessandro Nucara e dal fiscalista Carlo Pontesilli. Le accuse del pool radicale sono molto precise e si fondano sulle regole cardine dell'Unione europea. Afferma infatti la direttiva comunitaria del 2000 contro la discriminazione che un lavoratore non può essere discriminato per ragioni "fondate sulla religione".
Ma c'è di più, visto che la parità di trattamento a prescindere dalla confessione è garantita anche dalla Dichiarazione universale dell'Onu, richiamata dal Trattato di Maastricht, e dalla Convenzione europea sui diritti dell'uomo. E, a quanto sembra, la regola in vigore da ottant'anni e confermata nel 1985 in seguito al rinnovo dei Patti firmato da Bettino Craxi va in un'altra direzione.
L'avallo vescovile, è la tesi radicale, rappresenta infatti una violazione delle regole comunitarie. A non andare è soprattutto la diversità di trattamento tra i professori di religione e quelli delle altre materie: chi vuole insegnare, infatti, deve svolgere un corso di abilitazione di due anni e poi sperare di diventare precario, prima tappa della sua incerta carriera. Chi insegna religione, sottolinea la denuncia recapitata a Bruxelles, invece deve solo ottenere la nomina vescovile (fatti salvi alcuni requisiti professionali) godendo dunque di un trattamento privilegiato vietato dalla Ue. E se anche i corsi sono stati per ora sospesi dal ministro Gelmini, la disparità resta, perché va da sé che un ateo o un non cattolico non può diventare docente di religione, con palese discriminazione rispetto a chi è credente.

Ma non finisce qui, visto che c'è anche una disparità di trattamento retributivo tra i circa 23 mila insegnanti di religione e gli altri, con i primi che prendono più soldi dei secondi. Prassi bocciata a luglio dalla giustizia italiana, che ha condannato il ministero dell'Istruzione a parificare lo stipendio di un professore che ha fatto ricorso aprendo la strada a nuove singole denunce (in Italia non esiste il ricorso collettivo). Argomentazioni che hanno fatto breccia a Bruxelles, con la direzione generale Affari sociali e pari opportunità della Commissione europea che a cavallo dell'estate ha chiesto una serie di informazioni al governo riservandosi di decidere sul caso solo quando avrà letto la risposta, attesa a breve.
Insomma, non si tratta ancora di una procedura formale contro l'Italia, ma l'invio di un questionario significa che la Ue nutre seri dubbi sulla legalità della nostra legge. Esattamente come avvenuto nel 2007, quando Bruxelles ha chiesto una serie di informazioni sui colossali sgravi fiscali accordati alla Chiesa. Un dossier, questo, ancora al vaglio della Commissione che, secondo diversi interlocutori, prende tempo viste le ingombranti pressioni politiche che spingono per un'archiviazione.

ALBERTO D'ARGENIO

Da: la Repubblica.it