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Pensione integrativa: consigli dagli esperti

La pensione è una variabile di centrale importanza nella vita di un individuo, perché serve a generare i flussi di reddito negli anni durante i quali non si è piùin grado di lavorare e, quindi, di ottenere uno stipendio.

Anche in Italia si stanno sviluppando forme di pensione integrative, che si affiancano ai canali classici e conosciuti, tra tutti ricordiamo l’INPS.
Nel corso della propria vita, ogni lavoratore paga un contributo, pari ad una percentuale del proprio guadagno, che servirà a garantirgli una pensione quando smetterà di lavorare.
L’esperienza internazionale insegna che la gestione privata spesso genera dei rendimenti superiori a quella pubblica e quindi, anche nel settore pensionistico, la tendenza è verso un graduale ridimensionamento del settore pubblico.
Chi è interessato a questo problema?
Tutti, ma prevalentemente i giovani e, comunque, chi prevede di andare in pensione almeno tra una quindicina di anni. Chi intende costruirsi una pensione sa che il punto centrale è dato dalla possibilità di investire per il lungo termine, ma più ci si avvicina alla data di pensionamento minori saranno i rischi che si potranno assumere:
a sessant’anni non ci si può permettere di perdere il 20% del proprio capitale, mentre a trenta anni (con davanti trent’anni di risparmio ogni anno) la propensione al rischio è sicuramente maggiore, perché c’è tutto il tempo per recuperare eventuali movimenti sfavorevoli nei prezzi.
Ipotizziamo il caso di un individuo di trenta anni, che preveda versamenti annuali per i prossimi trenta, come può impostare le scelte di investimento?
In questa sede, proporremo alcune “idee” sull’impostazione teorica e sulla loro realizzabilità, a nostro avviso sono di fondamentale importanza per raggiungere l’obiettivo:

a) La storia evidenzia come nel lungo termine le azioni abbiano generato rendimenti superiori alle obbligazioni e queste ultime ai depositi bancari: il denaro in contanti è un costo: è opportuno mantenere la quota in liquidità al minimo, anche perché non sono previsti esborsi di denaro nel periodo se non per motivi eccezionali.
L’inflazione è il vero nemico nel lungo termine.
b) Le gestioni passive (azionarie ed obbligazionarie) che replicano l’andamento degli indici, in media, hanno fornito una perfomance corretta per il rischio (al netto dei costi) superiore all’universo dei fondi di investimento: è preferibile orientarsi verso prodotti a benchmark a basso costo quali E.T.F. (exchange traded funds), i benchmark, i fondi a indice…
c) Le obbligazioni zero coupon che garantiscono un capitale con certezza a scadenza, senza distribuire cedole ogni anno, sono la base del capitale garantito: ad esempio 30 lire adesso diventeranno 100 lire tra vent’anni. Un investimento, effettuato con regolarità su base annua, in questi titoli permette di creare alla scadenza una ricchezza nominale certa: si può impostare un versamento annuale con scadenza ventennale, nel 2000 per il 2020 nel 2001 per il 2021 e così via.
Al fine di semplificare la gestione delle zero coupon, è possibile concentrarsi solo su alcune scadenze: il 2020, il 2025 ed il 2030 per ottenere il rimborso del capitale in tre/quattro periodi. E’ doveroso sottolineare che il mercato di questi titoli non è molto liquido e, quindi, si devono scegliere i titoli più scambiati per ottenere delle condizioni di mercato non troppo penalizzanti, quando li si acquista, il problema non sussiste per il rimborso che avverrà a 100, senza oneri aggiuntivi.
d) E’ buona norma non eccedere in investimenti in settori legati o, comunque vicini, alla propria attività lavorativa, al fine di limitare il rischio specifico del settore. Ad esempio chi opera nel settore internet dovrebbe contenere l’investimento in titoli tecnologici, chi lavora in banca è preferibile che moderi l’esposizione nel settore bancario/finanziario e così via… Alla base di questa scelta c’è la considerazione che una crisi specifica del settore generi una perdita di reddito (se non del lavoro) e, quindi, è meglio che gli investimenti non ne risentano in modo eccessivo anzi, siano il più incorrelati possibile, cioè si muovano in modo slegato tra loro. In linea con il detto popolare: “è meglio non mettere tutte le uova nello stesso paniere”.
e) Il rischio paese è facilmente diversificabile: un lavoratore italiano può tranquillamente comprare azioni estere (europee, americane, asiatiche…), in questo modo un’ipotetica recessione che colpisca solo l’Italia, con inevitabili diminuzioni del prezzo delle azioni in borsa, avrà effetti contenuti sul patrimonio complessivo se gli investimenti sono orientati anche verso altri paesi, nei quali la recessione potrebbe non verificarsi e, pertanto, la borsa non risentirne affatto! In ottica di diversificazione del rischio è di centrale importanza non
concentrare la maggior parte della propria ricchezza nel paese dove si vive,è un errore che quasi tutti commettono ed è un fenomeno studiato dagli economisti finanziari che lo chiamano: home bias (distorsione verso il paese di appartenenza).
f) I prodotti eccessivamente complessi e dal costo elevato, devono rappresentare una percentuale ridotta dell’investimento complessivo, perché gli obiettivi di chi si costruisce una pensione sono chiari: ottenere il massimo del capitale dopo trent’anni, assumendosi dei rischi sempre inferiori al trascorrere del tempo minimizzando, se possibile, i costi.
g) Spesso investimenti che non possono essere liquidati, cioè venduti, prima della loro naturale scadenza generano, a parità di rischi, rendimenti superiori, il concetto è definito “premio al rischio della liquidità”. In ottica di lungo periodo, vincolare una parte del proprio capitale (l’ordine di grandezza può essere il 5-10%), non ha effetti negativi in caso di necessità immediata, ma può generare un extra rendimento sistematico, che negli anni farà aumentare il valore finale della propria ricchezza.
h) Operativamente è opportuno separare il denaro da dedicare all’investimento pensionistico al denaro utilizzato per le spese di tutti i giorni. E’, quindi, preferibile creare un dossier che abbia esclusivamente la finalità pensionistica, presso un’istituzione finanziaria che consenta di acquistare la maggior parte degli strumenti che si intende acquistare. Nel lungo periodo, il controllo dei costi è estremamente importante ed attualmente le società di trading-on-line, nell’intento di acquisire nuovi clienti, a nostro avviso forniscono condizioni estremamente interessanti.

Riassumiamo i punti centrali di ogni capoverso esposto in dettaglio in precedenza: il denaro contante è un costo, le gestioni passive hanno costi estremamente contenuti, le obbligazioni zero coupon consentono di ottenere con certezza il capitale alla scadenza, il rischio settore di attività è facile da eliminare, il rischio paese è facile da eliminare, i prodotti complessi spesso hanno un costo elevato, investimenti difficilmente liquidabili possono generare rendimenti superiori a parità di rischio, separare il fondo pensione dal denaro utilizzato nella vita di tutti i giorni.

Volutamente non abbiamo parlato dell’acquisto di una casa, quale investimento per il lungo termine, ma ci siamo soffermati sulla parte finanziaria della pensione, affronteremo il problema nella sua totalità(casa+investimenti) in un altro approfondimento.

Fonte: NORISK studi e analisi finanziarie

Geografia "ridimensionata" o cancellata alle Scuole Superiori

Confondere Haiti con Tahiti è un peccato che non si può considerare veniale, soprattutto in questi giorni. Eppure succede. Proprio in questi giorni. A riscontrarlo è la Aiig, l'associazione italiana insegnanti di geografia, preoccupata per gli effetti che potrebbe avere la riforma Gelmini della scuola superiore con il ridimensionamento dello studio di questa materia. E proprio per cercare di frenare questo processo, l'associazione ha presentato documenti alle Commissioni Cultura di Camera e Senato e ha lanciato una raccolta firme via internet che ha raccolto 4.000 adesioni in tre giorni, tra cui quelle dell'architetto Paolo Portoghesi, del Rettore della Sapienza Luigi Frati, del documentarista Folco Quilici, di Luca Mercalli, il meteorologo ospite fisso della trasmissione di Fabio Fazio "Che tempo che fa".

Ma perché questa battaglia? «Perchè meno geografia rende tutti più poveri», risponde Gino De Vecchis, docente, geografo e presidente dell'Aigg. «La formazione di un cittadino - aggiunge - passa anche dalla geografia, ossia la scienza dell'umanizzazione del pianeta terra e dei processi attivati dalle collettività nelle loro relazioni con la natura e nel corso della storia». Con la riforma Gelmini, invece, spiega De Vecchis «si penalizza una materia già tanto mortificata negli anni, privando gli studenti di conoscenze indispensabili, relativi ai grandi problemi mondiali, come quelli ambientali, socio-economici, geopolitici e culturali, legati alla globalizzazione. Con la riforma, infatti, l'insegnamento della geografia scomparirebbe in tutti gli istituti professionali e in quasi tutti i tecnici, con un'incomprensibile eliminazione per esempio nell'indirizzo "logistica e trasporti". Drastica, inoltre la riduzione nei licei, dove già si fanno solo due ore settimanali e solo nel primo biennio».
Quanto ai licei scientifici «nel primo biennio la geografia, a differenza degli altri licei, verrebbe associata alla storia con 99 ore, ossia tre ore settimanali complessive tra storia e geografia. La nostra richiesta - aggiunge De Vecchis - è che si ripristino le 66 ore destinate autonomamente alla geografia, tenendo presente che, diversamente da altre discipline di base, questa è del tutto assente nel triennio. Un modulo di 66 ore nel biennio costituisce il tempo minimo per consentire una formazione geografica basilare e indispensabile».
A De Vecchis fa eco Daniela Pasquinelli, che dell'Aiig è segretaria nazionale. «Giorni fa - racconta - ero sull'autobus e ho sentito alcuni studenti che parlavano del terremoto di Haiti. Sapete dove si trova Haiti?, ho chiesto, scatenando un dibattito tra i ragazzi. Erano convinti che Haiti fosse l'isola delle ragazze con le corone di fiori al collo e i gonnellini di pagliai. Insomma, avevano confuso l'isola caraibica di Haiti con uno dei gioielli della Polinesia nel Pacifico. Del resto oggi molti studenti dimostrano difficoltà anche nella localizzazione delle regioni italiane. Conoscere la geografia - osserva Pasquinelli - non significa memorizzare nomi. La geografia dei mari, dei monti non esiste più, è un retaggio ottocentesco».
«Siamo molto preoccupati - conclude De Vecchis - perchè questa materia tocca temi cruciali: dai fenomeni migratori ai cambiamenti geopolitici, ai confini mutevoli, non solo politici, ma anche culturali, sociali, economici, fino allo sviluppo sostenibile e alle diversità culturali».

fonte: Avvenire

Dubbi Ue sui docenti di religione nelle scuole italiane: "Assunti per fede, l'Italia spieghi"


In Italia per diventare insegnante di religione, anche in una scuola pubblica, bisogna ottenere il via libera del vescovo. Una prassi in vigore dai Patti lateranensi del 1929 ma entrata in collisione con le regole europee che vietano qualsiasi forma di discriminazione in ragione del credo religioso di un lavoratore. E per vederci chiaro Bruxelles ha aperto un dossier e inviato una richiesta di informazioni al governo Berlusconi.

Il caso nasce da una denuncia alla Commissione europea promossa dal deputato radicale Maurizio Turco, dall'avvocato Alessandro Nucara e dal fiscalista Carlo Pontesilli. Le accuse del pool radicale sono molto precise e si fondano sulle regole cardine dell'Unione europea. Afferma infatti la direttiva comunitaria del 2000 contro la discriminazione che un lavoratore non può essere discriminato per ragioni "fondate sulla religione".
Ma c'è di più, visto che la parità di trattamento a prescindere dalla confessione è garantita anche dalla Dichiarazione universale dell'Onu, richiamata dal Trattato di Maastricht, e dalla Convenzione europea sui diritti dell'uomo. E, a quanto sembra, la regola in vigore da ottant'anni e confermata nel 1985 in seguito al rinnovo dei Patti firmato da Bettino Craxi va in un'altra direzione.
L'avallo vescovile, è la tesi radicale, rappresenta infatti una violazione delle regole comunitarie. A non andare è soprattutto la diversità di trattamento tra i professori di religione e quelli delle altre materie: chi vuole insegnare, infatti, deve svolgere un corso di abilitazione di due anni e poi sperare di diventare precario, prima tappa della sua incerta carriera. Chi insegna religione, sottolinea la denuncia recapitata a Bruxelles, invece deve solo ottenere la nomina vescovile (fatti salvi alcuni requisiti professionali) godendo dunque di un trattamento privilegiato vietato dalla Ue. E se anche i corsi sono stati per ora sospesi dal ministro Gelmini, la disparità resta, perché va da sé che un ateo o un non cattolico non può diventare docente di religione, con palese discriminazione rispetto a chi è credente.

Ma non finisce qui, visto che c'è anche una disparità di trattamento retributivo tra i circa 23 mila insegnanti di religione e gli altri, con i primi che prendono più soldi dei secondi. Prassi bocciata a luglio dalla giustizia italiana, che ha condannato il ministero dell'Istruzione a parificare lo stipendio di un professore che ha fatto ricorso aprendo la strada a nuove singole denunce (in Italia non esiste il ricorso collettivo). Argomentazioni che hanno fatto breccia a Bruxelles, con la direzione generale Affari sociali e pari opportunità della Commissione europea che a cavallo dell'estate ha chiesto una serie di informazioni al governo riservandosi di decidere sul caso solo quando avrà letto la risposta, attesa a breve.
Insomma, non si tratta ancora di una procedura formale contro l'Italia, ma l'invio di un questionario significa che la Ue nutre seri dubbi sulla legalità della nostra legge. Esattamente come avvenuto nel 2007, quando Bruxelles ha chiesto una serie di informazioni sui colossali sgravi fiscali accordati alla Chiesa. Un dossier, questo, ancora al vaglio della Commissione che, secondo diversi interlocutori, prende tempo viste le ingombranti pressioni politiche che spingono per un'archiviazione.

ALBERTO D'ARGENIO

Da: la Repubblica.it

Borse di studio: ecco le più strambe del mondo

STUDIARE gratis, specialmente negli Stati Uniti, non è per niente facile. Ma se pensate che i requisiti richiesti per l'attribuzione delle borse di studio siano soltanto rigidi, vi sbagliate. Spesso sono anche ridicoli. La fantasia degli addetti alla compilazione del bando, stando a quando riportato dal sito Zencollegelife, non conosce limiti e nel mondo esistono ben 45 concorsi decisamente assurdi, destinati a far sorridere ma anche riflettere.
Se vostro figlio è un ragazzo volenteroso, interessato ai libri ma, ahinoi per lui, anche un po' bassino, non potrà mai sperare di ricevere la borsa di studio assegnata dal Tall Clubs International Scholarship, un'organizzazione di Portland, nell'Oregon, nata per promuovere gli studi degli uomini alti almeno un metro e novanta e delle donne più alte di un metro e cinquantacinque. Per fare domanda e ricevere il corrispondente in dollari di 700 euro è sufficiente descrivere in poche righe "Cosa significa per me essere alto". Ma esiste anche la borsa per i più bassi, messa in palio dalla Billy Barty Foundation, che premia gli studenti più bassi di un metro e ventitrè centimetri. Il concorso è nato in omaggio all'omonimo attore italoamericano - vero nome William John Bertanzetti - scomparso nel 2000 e alto appena 118 centimetri.
La Scholar Athlete Milk Mustache of the Year Award è invece una borsa che assegna ai 25 studenti che più si sono distinti nello sport una somma di oltre 5000 euro, un viaggio gratuito a Disney World e la comparsa in una pubblicità, con la faccia decorata di allegri "Milk Mustache", i baffi da latte. Divertente. Ma che cosa c'entra con lo studio?
Se però non avete intenzione di darvi alla pubblicità né siete dei fanatici dello sport, potete sempre mettervi a studiare un po' di araldica e controllare se per caso nella vostra famiglia non vi siano discendenti della dinastia olandese di Lambert and Annetje Van Valkenburg. La Van Valkenburg Memorial Scholarship assegna infatti un contributo di 1000 dollari agli studenti che riescano a dimostrare un legame con il casato.
Ce n'è insomma per tutti i gusti. E ogni bando di concorso non è altro che una scusa per promuovere il proprio settore o farsi pubblicità. La Potato Industry Scholarship, ad esempio, assegna 5000 dollari agli studenti di agraria che si siano distinti nello studio della patata. Mai tubero fu più redditizio. E siccome "studio" non significa solo stare sui libri ma anche apprendere cose nuove e insomma confrontarsi con le proprie abilità, la American Welding Society Scholarships mette in palio ogni anno una somma per tutti gli studenti che si dimostrino saldatori provetti, mentre la Society of Vacuum Coaters Foundation Scholarship premia con 2500 dollari, circa 1700 euro, ai ragazzi particolarmente abili nelle tecniche metallurgiche.
Ci sono poi borse che vengono assegnate senza bisogno di riscontrare alcuna abilità particolare. Come la Frederick and Mary F. Beckley Scholarship, che premia gli studenti mancini, e quelle pensate per promuovere il rapporto tra gli studenti e la natura, come la Sophie Major Memorial Duck Calling Contest, che premia con 2000 dollari chi progetta il miglior richiamo per anatre. La decima borsa di studio più stramba è infine dedicata all'economia: l'Excellence in Predicting the Future Award viene assegnata ai ragazzi che dimostrino un'abilità particolare nel predire i cambiamenti del mercato finanziario. Peccato che il premio in denaro assegnato ad uno studente tanto in gamba sia di appena 400 dollari, meno di 300 euro.

di SARA FICOCELLI
fonte: Repubblica.it

Riflessioni sugli aumenti degli scatti agli insegnanti di religione

Riporto l’articolo del portavoce nazionale COBAS, Piero Bernocchi, riguardo gli aumenti biennali degli scatti di stipendio dati dal Ministro Tremonti agli insegnanti precari di religione. Al di la dei toni un po’ troppo politici, che non ci giovano, mi sembra un intervento piuttosto completo per capire la fonte e la forma della disparità tra insegnanti. Personalmente però non mi batterei per l’annullamento di tali aumenti stipendiali, buon pro gli facciano e probabilmente gli spettano di diritto. Mi batterei invece per una estensione del provvedimento a tutto il personale precario ed il ripristino, a tutto il personale della scuola, degli scatti stipendiali ogni due, massimo tre anni.

Cerchiamo di mantenere il discorso sulle diversità di trattamento tra lavoratori che svolgono lo stesso lavoro evitando di fare “guerre di religione”. Il maggior favore che possiamo fare al governo è dargli motivo di poter dire che ci indignamo solo perché siamo degli anticlericali.

"LO SCANDALO DEGLI INSEGNANTI DI RELIGIONE
Lo scandalo degli insegnanti di religione, ingigantito dalla decisione governativa di regalare ad essi un “tesoretto” tramite aumenti biennali, è in realtà un insieme intollerabile di scandali. Il primo di essi riguarda l’imposizione della religione come materia insostituibile nella scuola pubblica e strumento di propaganda clericale tra i giovani. La possibilità di rendere tale materia almeno davvero facoltativa è stata negli anni vanificata dalle enormi difficoltà imposte nei confronti della materia “alternativa”: fermo restando che, per i Cobas e per ogni laico/a, la religione è e dovrebbe essere questione privata da tenere estranea alla scuola pubblica. Ma non meno scandalosa è l’altra pietra miliare del “feudo” clericale nella scuola, e cioè le modalità di reclutamento degli insegnanti di religione, non assunti come tutti gli altri docenti in base a concorsi e titoli riconosciuti dallo Stato, ma tramite insindacabile giudizio della Curia cattolica, che fornisce e toglie il placet in base alla sua dottrina. In altri termini i docenti di religione sono dipendenti dello Stato vaticano e della gerarchia cattolica pagati dallo Stato italiano: grottesca anomalia inesistente in alcun altro paese europeo o “occidentale”. Ad aggravare ulteriormente i due già macroscopici scandali dell’Italia “giardino vaticano”, se ne è aggiunto un terzo durante il precedente governo Berlusconi e con la ministra Moratti, avallato poi dal successivo governo di centrosinistra, e cioè la non-licenziabilità degli insegnanti di religione. Mentre qualsiasi altro docente assunto dallo Stato può perdere il posto di lavoro, i docenti di religione, in caso di non-conferma da parte della Curia, hanno comunque diritto ad un posto garantito in una altra materia: il che, paradossalmente, consentirebbe alla Chiesa cattolica, revocando ogni anno la “delega” ad un buon numero di docenti, di riempire la scuola pubblica di decine (o centinaia) di migliaia di “propagandisti”. L’ultimo affronto alla laicità della scuola, nonché alla più elementare giustizia salariale, arriva ora: il ministro Tremonti regalerà, a partire da maggio 2010, ai docenti di religione, di fatto “di ruolo” e inamovibili, scatti biennali di stipendio (aumento mensile medio intorno ai 220 euro) con annessi arretrati dal 1 gennaio 2003 (per migliaia di euro); gli stessi scatti biennali, a suo tempo unica modalità di “carriera” per i lavoratori della scuola, cancellati brutalmente con l’assenso di centrodestra e centrosinistra, e negati attualmente ai precari veri, quelli nominati dallo Stato. Ci sarà qualche forza parlamentare che ci aiuterà a bloccare almeno questo ultimo scandalo o tutta la politica istituzionale continuerà ad inchinarsi al potere vaticano e alla clericalizzazione della scuola?"

Piero Bernocchi portavoce nazionale COBAS

Un interessante articolo sugli effetti del Decreto 159/09 di Brunetta

Il decreto n.150/09, al Capo V, rivoluziona tutta la materia delle sanzioni disciplinari e delle responsabilità dei dipendenti pubblici, comprendendovi anche il personale della scuola. Contrariamente a quanto avvenuto con le norme contenute nei Titoli II e III , vale a dire misurazione,valutazione della performance nonchè merito e premi, i cui limiti e modalità di applicazione sono rinviate per il personale docente della scuola/Afam/ricercatori ad un apposito DPCM, per quanto attiene alle norme del Titolo IV,Capo V in materia disciplinare, non viene operato alcun distinguo, equiparando il personale docente al restante personale del pubblico impiego.

Identiche le infrazioni, identiche le sanzioni tanto per il commesso ministeriale quanto per il docente o ricercatore universitario. Cancellati con un colpo di spugna, la specificità della scuola, gli organi di garanzia e di tutela della libertà d’insegnamento, sancita dall’art.33,comma 1 della Costituzione repubblicana che recita: "L’arte e la scienza sono libere e libero ne è l’insegnamento". Messi così a rischio d’un sol colpo sia la libertà d’insegnamento, vale a dire l’autonomia didattica nel suo profilo metodologico e contenutistico sia la libertà dell’insegnamento con riferimento all’ambito organizzativo e strutturale.
Lo stesso art.1 del Dlgs. n. 297/94 che ben definisce la libertà d’insegnamento come "autonomia didattica e come libera espressione culturale del docente…diretta a promuovere attraverso il confronto aperto di posizioni culturali, la piena formazione della personalità degli alunni…nel rispetto della loro coscienza morale e civile ", rischia di rimanere lettera morta, ingabbiato sempre più nelle trame di un disciplinare, finalizzato anch’esso, tramite la dirigenza "a garantire la piena e coerente attuazione dell’indirizzo politico in ambito amministrativo" .
E chi se ne frega della libertà d’insegnamento, dell’autonomia didattica, della specificità della scuola e della peculiarità della dirigenza scolastica. Chi dovrà decidere, in attesa degli organismi che saranno preposti a valutare anche nella scuola merito, carriera e professionalità degli insegnanti, organismi per ora rinviati ad un apposito DPCM ? Chi deciderà nel frattempo dell’insufficiente rendimento, dell’inefficienza o incompetenza professionale, del licenziamento di un docente ?
Secondo il decreto Brunetta, i nuovi Uffici di disciplina istituiti presso l’Usp che possono comminare sanzioni da 11 giorni di sospensione fino al licenziamento. Uffici composti esclusivamente da funzionari dell’Amministrazione, senza alcuna rappresentanza del corpo docente come invece erano i Consigli di disciplina. Con l’abolizione dei Consigli di disciplina, sparisce ogni garanzia della libertà d’insegnamento, voluta dal precedente legislatore coi decreti delegati del ’74 , con lo stato giuridico specifico e distinto da quello degli impiegati civili dello Stato (TU n.3/57 ). Un ritorno al passato, agli anni cinquanta tanto cari all’attuale governo di centrodestra, preso a modello per contro riformare la scuola e non solo.
A questa svista politico-culturale se ne aggiunge un’altra di natura tecnico-giuridica. Nelle foga abrogazionista, introdotta dal decreto 150/09, è sfuggito, proprio in materia disciplinare , tutto l’articolato contenuto nel Dlgs.n.297/94 riguardante procedure, competenze e sanzioni del personale docente non di ruolo. L’art.72 del decreto n.150 si limita ad abrogare per i docenti soltanto gli art. dal 502 al 507 del 297/94 che riguardano esclusivamente il disciplinare del personale di ruolo. Per effetto della Legge n.69/09,voluta dall’attuale governo, i testi normativi devono obbligatoriamente indicare le norme che si intendono sostituire,modificare o abrogare in maniera esplicita e non più tacita (cfr.art.3).
Viene così introdotto nell’ordinamento un principio di legge dell’abrograzione esplicita non derogabile. Per effetto di tale norma , rimangono in vigore le norme disciplinari per i docenti precari : 5mila a Milano, 10mila in Lombardia, quasi 100mila in tutta Italia. Se la prima svista potremmo classificarla funzionale all’obiettivo , la seconda più banalmente è una sbadataggine . Entrambe le sviste testimoniano, comunque, quanto poco conosce la scuola chi ci governa.

Pippo Frisone

Fonte:ScuolaOggi.org                 (segnalato da lucy)

LA LINGUA CAMBIA,MA COME E PERCHE'?

Nel ringraziare Ipnos x la brillante e coraggiosa idea di aprire un blog dedicato a noi prof, desidero iniziare la mia collaborazione proponendo un articolo di Maurizio Tiriticco pubblicato su ScuolaOggi che affronta il tema dei cambiamenti linguistici e dei fenomeni con cui la scuola si deve confrontare dal momento che viviamo in una società in continuo cambiamento. Visto che abbiamo a che fare con i "nativi digitali", sarà il caso che cerchiamo di capire quali caratteristiche stanno emergendo nell'uso linguistico e come dobbiamo orientare la nostra azione in merito.
Il dibattito è aperto!

La lingua cambia, ma come e perché?
La questione della lingua non è cosa d’oggi! Se ne è sempre parlato, e scritto, ma solo
in particolari momenti della nostra storia, quando un certo assetto sociale è investito da
una crisi di cambiamento che lo attraversa in tutte le sue strutture socioeconomiche ed
ovviamente anche in quelle culturali e linguistiche. Il De vulgari eloquentia dantesco
affrontava il problema della lingua e sosteneva, anche se in latino, che il volgare poteva
veicolare concetti forti di cui tutti avrebbero potuto fruire, e non solo quei dotti che,
mentre in casa macinavano volgare, quando scrivevano scimmiottavano malamente il
“latino di Cicerone”, ammesso poi che il latino medievale avesse qualcosa in comune con
quello cosiddetto classico. Della lingua si è discusso in età rinascimentale e in età
barocca, tutta intesa quest’ultima ai “distinguo” tra le finalità dialettiche, dimostrative, e
quelle retoriche, persuasive. Per certi versi anticipavano quello che oggi è il clou del
linguaggio pubblicitario, sempre attento a descrivere la bontà e la necessità del prodotto
reclamizzato, ma anche a convincere il potenziale cliente! Di lingua si è discusso a lungo
in età risorgimentale quando l’opzione per il toscano, più o meno lombardizzato, mise
all’angolo le altre lingue bollandole come dialetti! Sono solo fugaci accenni che
meriterebbero maggiore spazio, ma ciò che mi interessa sottolineare è il fatto che non è
nuovo discutere di lingua quando si attraversano profonde modifiche nell’assetto
socioeconomico di un Paese.
Ma ogni modifica ha le sue caratteristiche e queste dell’Italia di oggi sono molto
diverse e ben più complesse rispetto a quelle che nel corso della nostra storia si sono
affrontate. Un tempo la questione della lingua, fatta esclusione del periodo
risorgimentale, non riguardava la popolazione nella sua interezza, ma ristretti gruppi di
parlanti e – non dimentichiamolo – di scriventi, considerando che la grande maggioranza
della popolazione era esclusa dalla lingua letto/scritta. La questione che si poneva non
era solo quella del modello da adottare, ma anche di come estendere a gruppi più ampi di
intellettuali i saperi che via via si venivano costruendo e consolidando. Insomma i
confronti erano di natura interlinguistica, se si può usare questa espressione. Oggi la
situazione è ben diversa, perché entrano in gioco fattori nuovi, extralinguistici, direi,
quello della strumentazione adottata e quello degli utilizzatori.
In primo luogo occorre considerare l’impatto provocato da quei complessi strumenti di
comunicazione che giorno dopo giorno le tecnologie della comunicazione ci propongono.
Non fu la stessa cosa, quando la carta e la stampa intervennero a misurarsi con la
pergamena, il papiro, l’amanuense, perché la strumentazione non metteva in discussione
la natura e la struttura della lingua, fatto sempre salvo il principio che il mezzo, anche se
non è il messaggio, come vogliono alcuni, lo condiziona sempre fortemente. In secondo
luogo c’è la questione degli utilizzatori. La carta stampata permetteva l’ampliamento della
platea degli utenti i quali avrebbero dovuto via via misurarsi con lingue scritte
riconosciute e diffuse ed eventualmente abbandonare la lingua dell’uso corrente, della
famiglia, del piccolo gruppo, il linguaggio cosiddetto ristretto. Gli utilizzatori di oggi,
invece, sono già di per sé portatori di un linguaggio veicolare comune molto ampio e
diffuso, quella delle cosiddette tribù, termine che non a caso ritorna in tanti spot
pubblicitari di telefonini e prodotti similari. E, soprattutto, sono alfabeti!
Mentre nei tempi passati c’era una lingua letto/scritta che si proponeva ed imponeva
nei confronti di tante lingue parlate e a poco a poco finiva con l’imporsi su di esse o di
riconoscerle come dialetti, vernacoli o quello che fossero, a volte anche con una loro
dignità letteraria (un Belli e un Porta fanno testo in merito), oggi il letto/scritto si deve
misurare con altrettanti letto/scritti, estremamente diffusi, ma sulla cui dignità di lingua
semanticamente e sintatticamente ricca e corretta si possono sollevare seri dubbi.
In altri termini, va sottolineata la seguente differenza: il nostro parlante fino a ieri
frequentava la scuola ed apprendeva quella lingua letto/scritta che lo avrebbe affrancato
dall’ignoranza – termine da usare con tanto di virgolette, ovviamente – e che gli avrebbe
consentito di misurarsi con i tanti Gianni – ricordando Don Lorenzo – padroni del “codice
elaborato”; il parlante di oggi frequenta la scuola, ma propone già una sua lingua
letto/scritta appresa da quelle tante istanze informali e non formali di cui la nostra
società affluente e tecnologica è straricca.
Si è così creata, e nel corso di un tempo relativamente breve, una situazione assai
complessa: da una lato c’è una lingua italiana che si è venuta costruendo ed arricchendo
nei secoli, forte e chiara per quanto riguarda sia il lessico (la ricchezza dell’enciclopedia e
del vocabolario) che la grammatica (la fonetica, l’assetto morfologico e quello sintattico);
dall’altro c’è un pullulare di linguaggi che assolvono brillantemente ai compiti della
comunicazione interpersonale, ma scivolano infelicemente quando si devono misurare
con il letto/scritto consolidato dalla tradizione. Di qui tutte le lamentele di insegnanti
della scuola secondaria e dell’università che fanno fatica a dialogare con soggetti la cui
strumentazione linguistica è di un’estrema povertà, lessicale e sintattica.
Ma la cosa più grave è che, se è vero, com’è vero, che tra pensiero e linguaggio il
rapporto è dialettico, a povertà di linguaggio corrisponde povertà di pensiero. Ad
esempio, l’uso dominante della coordinazione, a scapito della subordinazione, non facilita
i processi di analisi, di ricerca, che richiedono, invece, un pensiero/linguaggio articolato
e complesso. Così, gli allora, i poi, i dunque, gli anche, i cioè abbondano e sono sostituiti
da mille interiezioni, che cavolo, per la miseria, che palle e mille cosiddette parolacce che
in effetti parolacce non sono più, ma semplici e poveri nodi che permettono di legare
proposizioni e condurre a compimento il discorso. Di qui la decadenza di alcuni tempi
dell’indicativo, del futuro anteriore, del trapassato prossimo, dello stesso modo
congiuntivo.
La questione non è semplicemente linguistico-formale; il fatto è che è difficile
elaborare pensieri complessi, quanto mai necessari, oggi, per leggere e comprendere certi
fenomeni della realtà contemporanea. Il contadino di un tempo era considerato
analfabeta perché non sapeva leggere e scrivere, ma era assolutamente alfabeta in un
contesto socioeconomico in cui il linguaggio letto/scritto non era necessario; e la sua
ricchezza linguistica – ed intellettuale – gli era data dalla tradizione orale da cui traeva
tutti gli strumenti per sopravvivere, lavorare la terra e socializzare con il suo gruppo.
Forse è veramente analfabeta un certo giovane di oggi che, ristretto nella
comunicazione tramite telefonini, blog, chat, youtube, difficilmente può accedere a quella
complessità che il mondo contemporaneo ci propone in dosi sempre più massicce.
Ovviamente senza nulla togliere a certe soluzioni veloci a cui ci costringe l’esiguo numero
di caratteri da usare per gli sms. Del resto la stenografa di un tempo aveva il grande
merito di scrivere con la stessa rapidità del dettante.
Da quanto detto emergono una constatazione ed una prima conclusione: il problema
della lingua oggi non va assolutamente posto con i criteri di un tempo, quando esisteva
un modello a cui tutti i parlanti/scriventi dovevano attingere; è il modello stesso che va
messo in discussione per renderlo flessibile a certe istanze che vengono “dal basso” – se
si può dir così – e che costituiscono interessanti segnali per un rinnovamento
complessivo della comunicazione linguistica. A mio avviso, ci troviamo di fronte ad una
fase evolutiva estremamente interessante e nuova, che non possiamo affrontare con gli
strumenti di un tempo, quando, cioè, sulla base di un lessico e di una grammatica
consolidata, si insegnava a leggere e scrivere, e poi anche a parlare e ascoltare, ai nuovi
nati e/o ai nuovi arrivati (questi ultimi sono oggi in numero crescente). Le sollecitazioni
che vengono “dal basso” non sono un assalto alla diligenza, sono manifestazioni di
necessità comunicative nuove con cui occorre fare i conti. Insomma, non dobbiamo fare i
saccenti che correggono, ma i maestri che comprendono. A questo punto il discorso si fa
complesso e non vorrei dar luogo a cattive interpretazioni.
E’ solo una sollecitazione per pensare insieme ed insieme operare, sul campo della
ricerca da un lato, su quello della scuola dall’altro, con tutti gli opportuni scambi di
esperienze e di riflessioni. E, se non erro, la Crusca, intelligentemente condotta da
Nicoletta Maraschio, non è insensibile ad un discorso di questo tipo.
Roma, 18 gennaio 2010
Maurizio Tiriticco

La scuola pubblica, a sorpresa, piace al 60% degli italiani

CIO' CHE sorprende maggiormente, nell'indagine condotta da Demos nei giorni scorsi, è il grado di consenso per la scuola pubblica: ampio e perfino in crescita rispetto a un anno fa. Nonostante l'ondata di discredito che - da anni e tanto più in questi tempi - sta sommergendo le istituzioni scolastiche. Ma soprattutto quei "maledetti professori"... Pretendono di insegnare in una società che non sopporta i "maestri" - figuriamoci i professori. Nonostante l'ondata di risentimento contro tutto ciò che è pubblico e statale. Scuola compresa.


Perché oggi lo Stato è rivalutato, ma come barelliere della finanza ammalata; come pronto soccorso del mercato ferito. Nonostante il conseguente calo dei fondi pubblici, che si ripete da anni, con ogni governo, di ogni colore. Perché, per risparmiare, si riducono le spese improduttive. Come vengono ritenute, evidentemente, quelle sostenute per la scuola, la formazione e la ricerca. Nonostante il contributo offerto dal sistema scolastico stesso al proprio discredito. Per le resistenze opposte dagli insegnanti ai progetti di riforma volti a valutarne il rendimento e a premiarne il merito.

Per le degenerazioni del reclutamento universitario, i concorsi pilotati, a favore di amici e parenti fino al terzo grado. Nonostante le interferenze dei genitori, pronti a chiedere rigore e autorità ai professori. Pronti a difendere i propri figli contro i professori (lo ammettono 7 italiani su 10).

Nonostante tutto questo, la scuola, i maestri, i professori "del sistema pubblico" godono ancora di stima e considerazione fra i cittadini. In particolare:

a) il 60% e oltre degli italiani si dice soddisfatto (molto o moltissimo) della scuola pubblica di ogni ordine e tipo. E, nel caso delle scuole elementari, il gradimento sfiora il 70% degli intervistati, senza grandi differenze di età, genere, ceto; ma neppure di orientamento politico.

b) Parallelamente, il 64% dei cittadini manifesta (molta o moltissima) fiducia negli insegnanti della scuola "pubblica". Penalizzati, secondo il 40% degli intervistati, da stipendi troppo bassi.

n entrambi i casi - scuola pubblica e insegnanti - il giudizio appare migliorato rispetto a un anno fa. In evidente contrasto con la rappresentazione dominante, al cui centro campeggiano l'insegnante fannullone e incapace, la scuola inefficiente e sprecona. Argomenti politici e mediatici di successo, che fra i cittadini non sembrano, tuttavia, attecchire. La scuola e gli insegnanti godono, al contrario, di buona reputazione. E non per "ideologia" o per pregiudizio politico. Fra gli intervistati, infatti, appare ampia la consapevolezza dei problemi che la affliggono. Il distacco nei confronti del mercato del lavoro, la violenza, l'incapacità di ridurre le diseguaglianze, la preparazione inadeguata degli insegnanti. Ancora: lo scarso rilievo attribuito al merito, sia per gli studenti che per i loro insegnanti. Infine, anzi, in testa a tutto: la penosa penuria di risorse.

I provvedimenti della ministra Mariastella Gelmini, peraltro, non sono catalogati attraverso pre-giudizi generalizzati. Vengono, invece, valutati in modo distinto, caso per caso. Una larghissima maggioranza degli intervistati si dice favorevole: al ritorno del voto in condotta, dei grembiulini, degli esami di riparazione. Novità antiche che piacciono perché propongono soluzioni semplici a problemi complessi. Evocano la tradizione e la nostalgia per curare i mali odierni. Si rivolgono, in particolare, alla domanda d'ordine e di autorità, che oggi appare diffusa.

Il giudizio, però, cambia sensibilmente quando entrano in gioco temi che richiamano l'organizzazione didattica e il modello educativo. In primo luogo: il ritorno del "maestro" unico alle elementari. Un provvedimento che divide gli italiani. Non piace, anzi, a una maggioranza, per quanto non larghissima. Mentre è nettissimo, plebiscitario il dissenso verso la chiusura degli istituti con meno di 50 studenti (in un Paese di piccoli paesi, come il nostro, si tratta di una diffusa reazione di autodifesa). Ma anche verso la scelta di differenziare (per quanto transitoriamente) le classi per gli studenti stranieri e italiani. Perché, al di là del merito, il provvedimento sembra dettato da preoccupazioni di consenso più che di inserimento.

Mentre fra gli italiani, anche i più insicuri, è ampia la convinzione che famiglia e scuola siano i principali canali di integrazione (e di controllo sociale).

Semmai, appare più ideologica la base del consenso per le politiche del governo, che ottengono il massimo grado di sostegno fra le persone più lontane dalla scuola, per esperienza personale e familiare: gli anziani, le famiglie dove non vi sono né studenti né docenti. Al contrario, le resistenze crescono nelle famiglie dove vi sono insegnanti o studenti. Ma soprattutto nei confronti dei provvedimenti meno popolari: maestro unico e classi differenziate per stranieri. Ciò suggerisce che l'opposizione alle politiche della scuola, elaborate dalla ministra Gelmini, sia dettata, in buona misura, dall'esperienza delle famiglie e delle persone.

Da ciò un giudizio complessivamente negativo nei confronti della riforma, ma anche verso l'azione della ministra. Rimandate entrambe, non bocciate senza appello. In altri termini: gran parte degli italiani è d'accordo sulla necessità di riformare la scuola.

Tuttavia, alla fine sul giudizio dei cittadini e degli utenti gli aspetti concreti pesano assai più di quelli simbolici. E il ritorno dei grembiulini e del voto in condotta non giustificano, agli occhi dei più, il taglio dei finanziamenti, il maestro unico, le classi "dedicate" per gli stranieri. C'è difficoltà a immaginare la possibilità di curare la scuola amputandone gli organi vitali. Riducendo ancora risorse ritenute oggi largamente inadeguate. Ciò spiega il consenso largamente maggioritario a sostegno delle proteste contro la riforma, che da qualche settimana agitano le scuole e affollano le piazze. Coinvolgendo, insieme, studenti, professori e genitori.

A differenza del mitico Sessantotto, evocato spesso, a sproposito, in questi giorni - per "colpa" dell'anniversario (40 anni) e per pigrizia analitica. In quel tempo gli studenti contestavano il passato che ingombrava, pesantemente, la società, la cultura, le istituzioni. Zavorrava le loro aspettative di vita e di lavoro. Per cui manifestavano e protestavano "contro" la società adulta. "Contro" i professori e i loro stessi genitori. Oggi, al contrario, il malessere degli studenti nasce dal furto del futuro, di cui sono vittime. La loro rivolta "generazionale" incrocia la protesta "professionale" dei professori e la solidarietà dei genitori, a cui li lega un rapporto di reciproca dipendenza, divenuto sempre più stretto, negli ultimi anni. Da ciò un problema rilevante per i giovani, i figli e gli studenti. Magari sconfiggeranno la Gelmini. Ma come riusciranno a "liberarsi" davvero con la complicità degli adulti, il permesso dei genitori, e il consenso dei professori?

di ILVO DIAMANTI

fonte: Repubblica.it